Mervyn Peake – Tito di Gormenghast

Tito di GormenghastNelle chiacchiere che seguono un rinfresco mangereccio nella periferia fiorentina, mentre digeriamo e prendiamo una boccata d’aria al fresco, un amico se ne esce con la trilogia di Gormenghast, incredulo che non l’avessi mai sentita nominare prima di quella sera. Annoto il titolo e gli prometto che mi sarei documentato appena tornato a casa, ma metto anche le mani avanti: il fantasy non è un genere che mi piace molto e mi faccio forza di leggerlo solo quando intuisco di essere di fronte a qualcosa di imperdibile. Torno a casa e ho giusto il tempo di leggere la descrizione e due commenti del primo libro, Tito di Gormenghast, che l’ho già comprato. Noto anche, con un certo piacere consolatorio, che l’incredulità mostrata dal mio amico è giustificata solo in parte: il libro è molto apprezzato dai suoi lettori, ma non sembra essere così conosciuto come, si legge, avrebbe meritato.

Tito di Gormenghast è un romanzo fantastico in cui si mescolano insieme gotico, surreale, humor, grottesco e sociale; è fantasy giusto nel senso che tutto quanto succede è puramente immaginario.

Il protagonista indiscusso di questo libro è il castello di Gormenghast, un’enorme struttura chiusa sia in ingresso che in uscita, tranne che in poche occasioni, all’interno della quale vive la famiglia De’ Lamenti con tutti i suoi servi e servitori. E sono proprio i membri di questa famiglia, insieme ai principali servitori, i personaggi intorno a cui si svolge la vicenda narrata nel libro: la nascita del giovane Tito, figlio del conte Sepulcrio e della contessa Gertrude. La trama del romanzo non è altro che questo, un affresco di un momento della vita dentro al castello, con le sue usanze e tradizioni e i suoi giochi di potere, tratteggiato grazie a un coro di personaggi che costituiscono, a mio avviso, il punto di forza del romanzo. Geniali già dai nomi (come il dottor Floristrazio, il conte Sepulcrio, il capocuoco Sugna, il servo Lisca, il bibliotecario Agrimonio), Peake è bravissimo nel caratterizzarli tutti, sia nell’aspetto che nei comportamenti e, addirittura, nel modo di parlare e ascoltare.

“L’amore del pittore, solo, davanti alla grande superficie colorata che sta creando. La tela, ritta di fronte a lui, gli rimanda forme incerte, interrotte, agitate da un ritmo nuovo, tra il soffitto e il pavimento. Tubetti contorti, colore fresco spremuto e spalmato sul secco della tavolozza, polvere sotto il cavalletto, bave di colore sul manico dei pennelli. La luce, bianca in un cielo nordico, tace. La finestra è spalancata e l’uomo respira l’odore del suo mondo. Il suo mondo: una stanza d’affitto, acqua ragia. L’uomo avanza verso la creatura che sta per nascere. Amore.”

Ma sono ottime, da manuale di scrittura, tutte le descrizioni presenti nel romanzo che non sono mai, mai, gettate lì per caso: le espressioni facciali dei personaggi, i loro movimenti, i loro vestiti, e i loro riti aggiungono sempre preziosi dettagli alla storia; così come ogni oggetto, ogni anfratto, ogni ragnatela aggiunge un dettaglio fondamentale a quello che dicevo essere il vero protagonista del romanzo: il castello. Il castello di Gormenghast è un mostro colossale in cui le persone sembrano avere, come cellule di un organismo, un ciclo vitale dopo l’altro, l’unica funzione di perpetuarne l’esistenza.

A differenza della maggior parte della letteratura fantasy, incentrata sulla dicotomia bene/male, in Tito di Gormenghast la storia non si basa su questo scontro. Lo scontro che semmai viene fuori dalla lettura è quello fra vecchio e nuovo, fra chiusura e apertura, fra religione, qui intesa come un insieme di riti, e laicità.
Settantasei generazioni di chiusura delle mura portano infatti al lento e inevitabile istupidimento degli abitanti, tutti chiusi in loro stessi con l’unico scopo di adempiere al proprio ruolo all’interno del castello. Vite plasmate dal luogo in cui vivono anziché il contrario: a Gormenghast tutto è un rito da rispettare, dalla colazione al momento in cui si va a letto tutto è regolato da antichissime procedure tramandate di conte in conte.
Alla sua uscita nel ’46, dopo la seconda guerra mondiale, aleggiava sicuramente nell’aria la paura che una qualsiasi nazione, città o casa diventasse un castello di Gormenghast. Una paura che, purtroppo, settant’anni dopo è sempre dietro l’angolo.

Editore: Adelphi
Pagine: 545
ISBN: 9788845928642

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