Antoine Volodine – Terminus Radioso

Terminus RadiosoIn un tempo indefinito, il mondo ha subito una catastrofe nucleare e la Seconda Unione Sovietica è un’enorme wasteland  in cui la vita non sembra più essere quella di prima, la natura non sembra essere più quella di prima e, udite udite, anche il tempo non è più quello che conoscevamo. Tutto nei pressi di Terminus Radioso, un kolchoz in mezzo a questa sconfinata zona contaminata, scorre diversamente: gli umani vagano in una condizione sospesa a metà fra la vita e la morte, il confine fra le due è infatti ormai più sottile che mai; le piante prosperano e inghiottono tutto quello che trovano sul loro cammino ed è impossibile tener traccia di tutte le specie che sono nate dopo il disastro.

Tre soldati sono in fin di vita, bruciati dalle radiazioni e affamati, e il più in salute di loro, Kronauer, si avventura nella foresta per cercare acqua e soccorsi. Qui trova e soccorre una donna semimorta che gli indica la via per il centro abitato più vicino, Terminus Radioso. Qui vive una comunità capeggiata da una coppia di strani anziani: Nonna Udgul, vecchia eroina del partito resa immortale dalle radiazioni, che presidia il sito in cui una pila atomica è sprofondata nel terreno e alimenta l’intero villaggio; e Soloviei, padre della ragazza e di due sorelle, uno sciamano dotato di strani poteri che vede nel soldato appena arrivato una possibile minaccia all’equilibrio del villaggio.
Quando Kronauer scopre che i suoi amici non sono stati trovati dalla pattuglia di soccorso inviata da Soloviei, si ritrova a vivere nella folle comunità di Terminus.

La trama del romanzo parte da questo antefatto per svilupparsi in modo totalmente non lineare: leggere Terminus Radioso significa ritrovarsi sperduti insieme ai protagonisti del racconto in una dimensione sospesa imperscrutabile, una matrioska di sogni e incubi in cui è difficile riconoscere quale pezzo contenga l’altro. Anche il lettore, come tutti gli abitanti del kolchoz, è vittima della dimensione onirica che lo sciamano Soloviei sovrappone alla vita del luogo: a volte sembra diventare lui il narratore della storia, o almeno una delle sue tante forme, e alcuni suoi deliranti monologhi anticipano, spiegano o alterano le cose che succedono. E inoltre ha il potere di riportare in vita le persone, ne assume le sembianze, ne legge i pensieri. Dietro Soloviei non può che nascondersi lo stesso Volodine: gioca con i personaggi e contemporaneamente gioca con noi.

“Cielo. Silenzio. Erbe che ondeggiano. Rumore d’erba. Rumore d’erba che fruscia. Mormorio della malguardia, della sciugda, del cammin di sette leghe, della sparvenella, della vecchia prigioniera, della tartassina, della berlingotta, della prestincisa, della vertena santa, della vertena leporina, della stupifragola, dell’iglizia. Crepitio dell’ottilia del fieno, dell’ottilia maggiore, della pipigrilla o strepinaglia. Monotono sibilare della racoltina rovinosa. Le erbe avevano colori diversi e ciascuna aveva il suo particolare modo di oscillare al vento o di contorcersi. Alcune resistevano. Altre si piegavano docilmente e aspettavano a lungo, dopo le folate, prima di ritrovare l’assetto originario. Rumore d’erba, dei suoi movimenti passivi, della sua resistenza.
Il tempo scorreva via.
Ci metteva un po’ a scorrere, però scorreva via.”

Questa fondamentale impossibilità di capire a pieno cosa sta succedendo, dicevo, avvicina il lettore alla condizione in cui vivono le persone di questo mondo post nucleare: a differenza di altri racconti post apocalittici in cui l’umanità è impegnata a sopravvivere, qui gli esseri umani sono andati oltre la sopravvivenza e continuano a vivere come per inerzia, sfuggono anche spesso alla morte, ma sono tutti intrappolati in una continua ricerca di senso che però non arriva mai, per nessuno, né per loro né per noi. Il crollo della società e dei valori ha portato l’uomo a uno smarrimento più esistenziale che materiale o affettivo: non mancano il cibo e un tetto sopra la testa ma un significato in ciò che si fa. Emblematico in questo senso è l’infinito viaggio in treno che alcuni personaggi, pur di riavere delle certezze, intraprendono nella taiga alla ricerca di un campo di lavoro ancora in funzione che sia disposto a ospitarli e a metterli a lavorare.

Astenersi chiunque cerchi una storia chiara o, appunto, un senso in ciò che legge: in Terminus Radioso prevalgono le sensazioni, le domande sono infinitamente più importanti delle risposte che non vengono date.

Non conoscevo Antoine Volodine e ho scoperto un autore eccezionale. Ogni pagina è intrisa di un’atmosfera che la maggior parte dei romanzi si può solo sognare di avere: raramente mi è capitato di percepire così bene l’idea di smarrimento e di vagabondaggio come in Terminus Radioso e una così perfetta sovrapposizione di onirico e reale. Tutto merito di un’attenzione certosina a ogni particolare nel tratteggiare sia i personaggi che l’ambientazione e di una capacità di scrittura fuori dal comune. Mi sono fermato a leggere e rileggere più volte varie pagine, ammaliato ora da un un campo invaso dalle piante, ora da un dialogo ermetico fra due personaggi memorabili, dalla vita fuori di testa del kolchoz o da una sequenza onirica.

Editore: 66th and 2nd
Pagine: 540
ISBN: 9788898970292

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