L’alfabeto di fuoco – Ben Marcus

L'alfabeto di fuoco - Ben Marcus - RecensioneL’alfabeto di fuoco, di Ben Marcus, è un romanzo distopico pubblicato negli Stati Uniti nel 2012 e portato finalmente in Italia lo scorso anno da Black Coffee, una giovanissima casa editrice indipendente dedita alla pubblicazione di narrativa americana contemporanea.

La premessa de L’alfabeto di fuoco è tanto semplice quanto geniale: il linguaggio, orale o scritto, è diventato improvvisamente tossico e porta gli adulti ad ammalarsi e morire. Gli adulti, esatto, perché i bambini sono i portatori sani del linguaggio tossico che fa ammalare i grandi. Protagonista del romanzo è una coppia di genitori, Sam e Claire, che dopo una convivenza sempre più difficile con la figlia adolescente e la malattia da linguaggio di cui soffrono entrambi, si trova costretta, come moltissimi altri, a doversi mettere in viaggio e lasciare indietro la figlia, abbandonata in città insieme a centinaia di coetanei, tutti chiusi in quarantena. La sera della partenza, però, Claire scompare in seguito all’aggravarsi della sua condizione e Sam si mette quindi in viaggio da solo, in cerca di risposte e di una cura che possa salvare lui e la sua famiglia.

Sebbene leggendo la trama possa sembrare il contrario, potrebbe essere la sinossi di uno young adult o di un romanzo di fantascienza d’azione, L’alfabeto di fuoco non è un racconto avventuroso, ma è anzi lento, introspettivo, pieno delle riflessioni del suo protagonista e narratore in prima persona, Sam. Il libro è più caratterizzato dai temi che affronta che dalla trama che li rappresenta.

Se da una parte abbiamo una premessa poco originale, l’epidemia che distrugge il mondo così com’è, dall’altra c’è invece l’originalità di ricercare le cause della catastrofe in un aspetto fondamentale nella vita dell’essere umano come la comunicazione. Ma leggendolo suona tutto naturale, non forzato, il preambolo fantascientifico è una scusa per parlare d’altro. Così l’invulnerabilità dei bambini diventa una perfetta rappresentazione dello scontro generazionale e della genitorialità di una potenza difficile da ritirare altrove; la sovraesposizione alla comunicazione, cui oggi giorno siamo sottoposti continuamente, porta le persone ad ammalarsi e a morire. Non è un caso che nel gergo internettiano angloamericano si usi proprio l’aggettivo toxic per riferirsi a persone/gruppi che coi loro messaggi nuocciono alla comunità.
Interessante anche la sottotrama religiosa, un dualismo che vede in contrapposizione il pensiero cinico e pragmatico di LeBov, che non accetta il cambiamento ma sfrutta comunque il linguaggio per esercitare il proprio potere sugli altri, e una branca dell’ebraismo, capitanata dal rabbino Burke, che invece lo abbraccia.

Dal punto di vista della narrazione il romanzo è un memoriale, quindi meno narrato e più incentrato sulla cronaca personale e i pensieri del suo narratore, Sam. Ben Marcus scrive davvero bene e trasmette benissimo l’urgenza del suo protagonista di raccontare ciò che è successo. C’è una ricerca dietro all’uso di ogni vocabolo, di ogni espressione, e questo come si scopre durante la lettura non è solo un valore estetico, bello da leggere, ma è anche significativo e perfettamente integrato con ciò che succede.

Negli ultimi anni siamo stati letteralmente assediati dalle distopie, è stata l’ambientazione che ha segnato maggiormente le produzioni di genere recenti. Ma ci sono distopie e distopie. Se da una parte, soprattutto in chi cavalca l’onda, il futuro è poco più di un’ambientazione molto spettacolare, un pretesto narrativo, dall’altra ci sono ancora autori che la usano con intelligenza nel suo intento originale: quello di rappresentare un futuro drammatico per riflettere sulla condizione del presente. Ben Marcus rientra senza ombra di dubbio tra questi ultimi.

Editore: Edizioni Black Coffee
Pagine: 364
ISBN: 9788894833065

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