4321 – Paul Auster

4321 - Paul Auster recensioneCi sono libri che per qualche strano motivo li tieni in libreria per anni a prendere polvere nonostante tu abbia la certezza che ti piaceranno. 4321 aveva tutto dalla sua: Paul Auster è uno dei miei autori preferiti di sempre e il libro è stato apprezzato da tantissimi, sia critici che lettori.
E allora perché, perché è stato quasi tre anni sulla mensola? Credo ci siano stati vari fattori in gioco: da una parte la paura di una delusione, visto anche il fatto che non leggevo Auster da qualche anno; dall’altra il vederlo praticamente ovunque, incensato anche da chi Auster non lo aveva mai letto, mi deve aver messo una strana forma di gelosia addosso. Insomma, ho fatto un po’ lo snob, ecco.

Quindi, dopo un anno personalmente dominato da libri lunghi, americani e preferibilmente pubblicati da Einaudi, quale miglior sunto di queste caratteristiche se non affrontare finalmente il tomo di Paul Auster?

La storia è ormai arcinota (o Archienota, ops), spoiler o non spoiler il succo è questo: in 4321 Auster racconta quattro versioni di una stessa persona, Archiebald Ferguson, quattro volte figlio degli stessi genitori (il proprietario di un negozio di mobili e un’aspirante fotografa) ma con una vita che prende appunto quattro sentieri diversi, per lui e per le persone che gli stanno intorno. Dopo un meraviglioso prologo condiviso in cui Auster riassume la saga familiare che ha portato alla nascita dei nostri Archie (che da ora chiamerò A.1, A.2, A.3 e A.4), dall’immigrazione dei nonni a come si sono conosciuti i genitori, il romanzo prosegue con un primo capitolo (1.1) in cui sembra raccontare normalmente l’infanzia di Archie, se non che poi il capitolo 1.2 dà invece una strana sensazione di deja-vu mista a spaesamento: ma quello zio non faceva delle altre cose? Ma quando l’hanno cambiata casa? Finché lo stesso Archie di quel capitolo non ci suggerisce lui stesso di essere in realtà A.2, una versione alternativa del primo:

Se Chuckie non fosse venuto a chiamarlo quel mattino, e non gli avesse chiesto di uscire a giocare, non sarebbe stato uno stupido. Se i suoi genitori si fossero trasferiti in uno degli altri posti dove avevano cercato la casa giusta, lui non avrebbe conosciuto Chuckie Brower, non avrebbe nemmeno saputo che Chuckie Brower esisteva, e non sarebbe stato uno stupido, perché si sarebbe arrampicato su un albero di un altro giardino. Interessante, si disse Ferguson, immaginare che le cose potevano essere diverse anche se lui era lo stesso. Lo stesso bambino in una casa diversa con un albero diverso.

E qui, rivelato il trucco, tutto risulta chiaro e non ci sorprenderà quindi leggere nei capitoli 1.3 e 1.4 le ulteriormente diverse infanzie di A.3 e A.4, per poi proseguire su queste quattro strade parallele fino alla fine, dove arriverà un’ultima rivelazione.

Quello che imbastisce Auster in 4321 è un incredibile gioco di riflessi, rimandi e citazioni da una storia all’altra: personaggi fondamentali nella vita di un Archie hanno un ruolo secondario o addirittura inesistente in quella di un altro; il nucleo familiare rimane immutato o subisce gravi scosse; cambiano le ambizioni e i sogni; le vicende politiche sullo sfondo di un Archie sono la ragione di vita di un altro, e così via. Il tutto, come dicevo, perfettamente orchestrato da un Auster che è riuscito a far risultare queste quattro storie come un unico grande romanzo. Un grande romanzo di formazione quindi, o di multiformazione, che non attraversa la crescita del suo protagonista in maniera univoca ma la espande a tutto quello che sarebbe potuto accadergli, lasciandone integra l’essenza.

Se di solito nei suoi romanzi troviamo una grande introspezione nei personaggi (quelli che ricordo meglio sono anche in prima persona), qui Auster si concentra più sulla cronaca dei fatti con un piglio distaccato, spesso ironico, che tratta con leggerezza le gioie e i dolori della vita. Non è un racconto tormentato e trasportato, ma una vivida analisi a posteriori di ciò che è successo (o che sarebbe potuto accadere), più vicino a romanzi come Follie di Brooklyn e La musica del caso che agli altri della sua produzione.

Con quattro vite e novecento pagine a disposizione viene facile immaginarsi la vastità dei temi affrontati, praticamente tutto: amore, sessualità, famiglia, storia americana su grande e piccola scala, letteratura, sport, cinema, televisione, movimenti sociali, ebraismo. Ma anche qui, la cosa interessante sta tutta nel gioco di rimescolamento dei punti vista: le analisi cinematografiche o letterarie seguono il punto di vista e il bagaglio culturale dei diversi Archie, così come gli eventi politico-sociali sono poco più di una mezz’ora di telegiornale per uno mentre sono degli eventi totalizzanti e spartiacque per un altro.

Per me comunque, visto anche il finale che non rivelo, più che un romanzo di multiformazione o un gioco letterario è sembrata un’ode, un piccolo tributo a tutti i propri io abortiti che, per una circostanza o un’altra, non sono mai potuti sbocciare in favore di quell’ammaccato essere che è l’io risultante delle forze esterne e delle scelte fatte nel corso della propria vita.


Editore: Einaudi
Pagine: 939
ISBN: 9788806235017

Link utili: La pagina dell’editore –  La wiki dell’autore
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